Race: non scegliere è (sempre) la scelta sbagliata

Le biografie sono testi che pretendono di ricostruire la vita di qualcuno attraverso il racconto di una serie di tappe che, piano piano, portano quel qualcuno a diventare il personaggio reale che tutti “noi” conosciamo. Ma le biografie sono anche, per forza di cose, dei film, e in quanto film devono raccontare una storia che sia credibile, godibile e interessante. In altre parole lo sceneggiatore si trova a oscillare tra l’urgenza di raccontare il reale e la volontà di costruire una storia che sia innanzitutto cinematografica (e che quindi vada al di là delle imperfezioni narrative dei fatti “così come realmente sono accaduti”). Dal punto di vista narrativo, quindi, lo sceneggiatore che deve scrivere un film biografico deve affrontare una serie di problemi di non poco conto e che possiamo sintetizzare in tre punti:

1. il film biografico rischia sempre di spegnersi verso la fine, che coincide con la decadenza del protagonista – che spesso muore solo e disgraziato; in questo senso è da evitare, per non fare un film troppo canonico, la struttura lineare (a meno che il personaggio non muoia in circostanze particolari e accidentali).

2. il film deve farsi riconoscere dallo spettatore, ossia quest’ultimo deve riconoscere nella storia raccontata dal film la storia di quello specifico personaggio;

3. il film non deve essere un documentario, ossia non si deve avere la pretesa di scrivere un film e raccontare tutti i dettagli significativi relativi a quello specifico personaggio: è un film, non è un saggio, non è un documentario, non è una tranche de vie, ecc.;

Il punto due e il punto tre determinano il punto focale della questione, che si può riassumere in una parola: equilibrio. Lo spettatore deve riconoscere il personaggio, riconoscersi in quanto spettatore, ma non deve sapere ogni cosa possibile su quel personaggio.
In questo, Race è un film deludente sotto tutti i punti di vista ed entra di diritto nella categoria narrativi dei “film di merda”. Cerchiamo di capire il perché…

ANALISI
Race, infatti, è un film che fa l’errore più grande di tutti: non racconta una storia, ma cerca di raccontare LA STORIA, intesa come l’insieme delle vicissitudini di una serie di personaggi, di ambientazioni, ecc. Decide deliberatamente di non scegliere e porta avanti una serie infinita di isotopie narrative differenti:
1. la battaglia per i diritti dei neri nel mondo universitario americano (con la decisione “finto-dolorosa” del protagonista di partecipare alle Olimpiadi;
2. l’ambizione di un ragazzo che si sente invincibile e vuole diventare leggenda;
3. le difficoltà economiche e relazionali di un giovane padre di colore;
4. le difficoltà di Owens a reggere il peso della fama, con la conseguenza di mettere a repentaglio i rapporti che ha con le persone che ama (con la moglie in primis);
5. la rivincita di un allenatore dalle delusioni del suo passato di atleta;
6. l’ascesa del nazismo in Germania e la volontà di pubblicizzare il Reich attraverso la grande manifestazione di massa (in questo possiamo aggiungere anche il rifiuto del Führer di stringere la mano a Owens);
7. Il grande film delle Olimpiadi, girato dalla cineasta Leni Riefenstahl, che ha un rapporto piuttosto travagliato con Goebbels (la cui interpretazione lascia davvero a desiderare, ma vabbe’);
8. la corruzione di Brundage, capo del comitato olimpico nazionale;
9. la storia dello sport, con i tre ori e la nascita di una “Leggenda”.

Ogni punto sopracitato potrebbe essere sviluppato in un film a sé. L’errore di questo film, quindi, è quello di portare avanti questo fardello narrativo che non ha capo né coda, con passaggi affrettati del tutto improbabili e ridicoli (su tutti, citerei la riconquista di Owens dell’amore di sua moglie e la decisione dello stesso di non andare alle Olimpiadi e poi, alla fine, di andarci). Ma è affrettato anche il modo in cui vediamo Owens diventare un grande sportivo in patria (lo diventa nel giro di due allenamenti). Insomma, il non scegliere nessuna isotopia da costruire, ma il portarle avanti tutte fa sì che il film non riesca a essere indimenticabile, anzi… tutt’altro.

Lo sceneggiatore, infatti, deve avere il coraggio di scegliere e di rinunciare a qualcosa, perché ciò che deve perseguire è la costruzione di una storia che funzioni, che coinvolga, che abbia una direzione, un movimento. E che ci faccia uscire dal cinema curiosi e vogliosi di approfondire, non sazi di qualcosa che non abbiamo nemmeno capito cosa fosse. Personalmente, ogniqualvolta esco dal cinema o leggo una storia, io DOPO voglio saperne di più: voglio leggere saggi, cercare su Internet, organizzare un viaggio, magari per andare in Ohio e guardare con i miei occhi i luoghi in cui la leggenda di Owens è iniziata. E invece esco con una storia sommaria, che non indaga nulla nel profondo, con una patina di inutilità che è quasi nauseante.

Tutto questo per dire che quando si “costruiscono” storie non originale, occorre avere il coraggio di rinunciare a qualcosa in nome della propria storia. E per inseguire e costruire quella storia, occorre aggiungere qualcosa che non c’era (nella verità, nel racconto/romanzo di partenza, ecc.), perché ciò che deve interessare lo sceneggiatore è raccontare al meglio quella precisa storia, perché sia interessante per i propri spettatori. In questo senso, quindi, non sono affatto un purista della trasposizione, anzi… tutt’altro. Trasporre racconti, romanzi, biografie in un film significa ripensare a tutto, rinunciare e aggiungere per creare una storia che è, per forza di cose, qualcos’altro di nuovo e diverso.

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